Oltre alle leggi sacrosante del nostro ordinamento, esistono delle regole di carattere più pratico e consuetudinario, le regole democratiche. La conquista delle regole democratiche ha permesso che le decisioni della cosa pubblica non venissero più prese da un potente monarca, un lontano burocrate o un dittatore senza scrupoli. Né da pochi privilegiati e arricchiti. Né tantomeno da un consiglio di amministrazione aziendale. Insomma, l’ultimo reale decisore è il cittadino – o popolo, che dir si voglia. Questo diritto consuetudinario è esercitato tramite il voto, grazie al quale i rappresentanti scelti prendono le decisioni per conto di chi li ha eletti. Ma il gioco democratico non si esaurisce nelle semplici elezioni periodiche. In verità, tutto è democrazia. Ogni cosa è orchestrata collettivamente, discussa e deliberata per maggioranza facendo in modo che tutti possano esprimere la loro. La discussione, questo è ciò su cui si basa l’attuale modo di convivenza civile, nonché il centro attorno a cui ruota tutto. In assenza di ciò, la storia ce lo ha insegnato molto bene, si generano dissapori, tirannie, imposizioni e annullamento delle libertà nei casi più eclatanti.
Tuttavia, purtroppo, ci sono delle situazioni in cui quando la discussione e l’orchestrazione collettiva vengono ignorate, il popolo finisce con il subire decisioni prese da altri – molto spesso lontani e potenti – difficilmente revocabili, con cui dover fare i conti nel tempo a venire.
Questo è ciò che è accaduto anche a Sardara, dove la nascita della nuova Stalla Etica della Cooperativa Produttori Arborea è stata resa, nei fatti, un’imposizione calata sopra la testa della comunità che si ritrova ad assistervi inerme.
Le regole democratiche qui si sarebbero dovute giocare attorno a Consiglio Comunale, discussione pubblica, apertura, ascolto. In parole povere, ciò che davvero avrebbe fatto la differenza in una prima fase, sarebbe stato certamente l’apertura di un dialogo tra l’azienda, amministrazione, esperti, cittadinanza. In questo modo, chiaramente, l’esclusione e l’imposizione non avrebbero avuto luogo, anzi, si sarebbe potuta svolgere una valutazione che mettesse al centro chi con quelle decisioni ci avrebbe poi dovuto fare i conti nel tempo. Sarebbe stata l’unica modalità in grado di valutare, dunque, in ultima istanza, l’impatto reale della grande opera sul territorio. Dinamica puramente democratica fin in profondità, perfettamente incorniciata dunque in un ordinamento democratico come il nostro.
La discussione, in realtà, c’è stata. L’opera è stata presentata. Il comune ha detto la sua. Parere negativo. Ma nonostante ciò, è come se in realtà la discussione fosse stata negata. Come? Sfruttando la corsia preferenziale della ZES (Zona Economica Speciale). La ZES Unica è uno strumento teoricamente nato per agevolare lo sviluppo di quelle aree, come la nostra, considerate “indietro” a livello produttivo e non al passo con il progresso industriale e tecnologico generale. La ZES si pone qui come una corsia preferenziale proprio perché il dialogo è condiviso tra azienda e consiglio dei ministri, ignorando totalmente la voce dell’ente territoriale locale – che già si era espressa.
E’ qui che nasce il “no” del Comitato I428. Ci hanno chiamati “nemici del progresso” e “ignoranti”. Si presume che siamo portatori di una aprioristica sfiducia nelle tecnoscienze e pregiudiziale contrarietà allo sviluppo economico del Medio Campidano e del territorio di Sardara. Ma si può chiamare ancora progresso se distrugge l’identità di un territorio e la plasma freddamente in seno alla produttività sfrenata e alla competitività aziendale? Non abbiamo mai espresso avversione nei confronti delle filiere produttive e della crescita economica; anzi, tra i nostri interessi c’è proprio il sostegno a un’economia locale radicata, che valorizzi il tessuto agropastorale esistente. L’approccio qui è profondamente opposto a quello del modello agroindustriale intensivo proposto nel progetto, che ha considerato il nostro territorio come semplice spazio da occupare e le sue risorse naturali come beni da sfruttare. Di fronte a un insediamento di tale portata, che spazio rimarrà per le piccole realtà già esistenti?
La nostra richiesta è essere riconosciuti come interlocutori degni, alla pari di tecnici e professionisti, in quanto abitanti del territorio direttamente interessato. Riconoscimento, che passa anche attraverso la consultazione e la concertazione nel processo di decisione pubblica: dinamiche che, per noi, non possono né essere calate dall’alto o imposte, né avvenire a porte chiuse.
Il gioco democratico passa anche da qui. Dalla discussione e dalla partecipazione di chi quel territorio lo ha vissuto, lo vive e lo vivrà ancora.
Immagine di copertina: veduta aerea di Sardara, https://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/3/3e/Sardara_aerial_view.jpg